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La notizia della morte (della TV) è fortemente esagerata

Le mamme di alcune categorie di persone, si sa, sono sempre incinta. Una di queste categorie è quella dei seppellitori della TV, caratteristica la quale – analogamente alla stupidità di Carlo Maria Cipolla, absit iniuria verbis – sembra essere indipendente da ogni altra della persona: giovane o meno giovane, uomo o donna, di cultura umanistica o culture delle discipline STEM, destrorso o sinistrorso, basta poco perché il nostro analista/commentatore/giornalista/ricercatore/consulente si unisca al coro di tutti quelli che da tanti, troppi anni, alla prima occasione di pubblicazione di dati sulla diffusione dei dispositivi digitali (in crescita lineare, ça va sans dire)  si precipita a celebrare urbi et orbi  la fine del piccolo schermo.

Mentre il messaggio rimaneva invariato, peraltro, i dispositivi digitali suddetti sono cambiati negli anni. Molti di essi si sono ibridati con il “vecchio” schermo televisivo, dando origine a una pletora di diverse possibilità di intrattenimento, nelle quali i contenuti e le reti, gli schermi e i destinatari, le occasioni d’uso e le pratiche di consumo si sono incrociati e mescolati. A tenere attentamente d’occhio questo processo sono stati i ricercatori di Nielsen, che hanno più volte ribattezzato il loro report trimestrale  sull’audience televisiva, diventata ormai total audience. Nell’ultima edizione, il rapporto evidenzia ulteriormente l’inestricabile incrocio di canali e strumenti per l’intrattenimento, non solo domestico: nel 58,7% delle abitazioni USA è presente almeno un dispositivo per lo streaming video, quindi connesso a Internet, ma andando più a fondo si scopre che il 5,5% ne ospita contemporaneamente tre  – una smart TV, una game console e un multimedia devicestreamer (come ad esempio un dongle Chromecast), e che in percentuale variabile dal 12,2% al 9,3% ci sono le abitazioni che  ospitano almeno due di questi.

Passando all’esame dei tempi di visione, vera cartina di tornasole per capire quello che accade davanti allo schermo, si comprende meglio – e meglio si affronta – la pretesa di archiviare la TV. A prima vista, se il tempo complessivo di permanenza sui vari media destinati all’intrattenimento è in aumento – mezz’ora in più almeno al giorno, rispetto allo scorso anno -, quello della TV live e time-shifted appare in contrazione (da 4h 39min al giorno nel 2q’16 a 4h 27min del  2q’17); mentre aumentano i minuti dedicati ai multimedia devices  (19 min vs 14) e restano stabili le games console (13 min al giorno). Il vero balzo in avanti è rappresentato dall’utilizzo delle app su smartphones: da 1h43 min del 2q2016 si passa a 2h27min della prima metà di quest’anno, con un incremento di 40 minuti. Di questo incremento, tuttavia, i contenuti video sono responsabili solo in minima parte: il tempo settimanale dedicato alla fruizione di streaming da smartphone è sì cresciuto in un anno (da 24 a 50 minuti a settimana), ma non come quello dedicato all’utilizzo di applicazioni di altra tipologia. Un elemento apparentemente irrilevante, che invece richiama a una banale regola di correttezza metodologica: molte delle comparazioni tra mezzi su cui si basa il trionfalistico annuncio paragonano il tempo trascorso davanti alla TV a scopo di entertainment con quello passato sugli altri devices, ma complessivo, compreso quello speso a lavorare o a comunicare, che sarebbe quindi da tenere distinto.

Se poi si passasse dai tempi di fruizione al reach mensile dei diversi mezzi, si scoprirebbe che in termini di utenza la TV, complessivamente considerata, ha realizzato un balzo in avanti paragonabile o superiore a quello degli smartphones: gli spettatori della televisione live sono passati dai 286 mln del 2q’16 ai 291 del 2q’17, mentre quelli che la guardano in time shifting, che erano 194 mln nel 2q’16, diventano 203 mln nel 2q’17. Un incremento pari a quello degli spettatori di video su piccolissimo schermo (da 156 a 168 mln nello stesso periodo), che testimonia una volta di più come l’interesse del pubblico per la tele-visione in tutte le sue forme sia ben lungi dall’indebolirsi. Per la cronaca, in termini percentuali la TV “tradizionale” raggiunge il 93%, superata solo dal 97% della radio, stabile dall’uno all’altro anno e ancora piuttosto distante dall’85% (+2 p.p. YoY) degli utilizzatori  di applicazioni.

Il discorso potrebbe essere ulteriormente complicato, esaminando la sovrapposizione delle fruizioni: come nel caso del second-screening, ieri meglio noto come social TV, che si è poi rivelato essere un caso di media stacking piuttosto che di media meshing, per dirla con OFCOM (basta confrontare gli ultimi dati di GlobalWebIndex per rendersene conto). In altre parole: tantissimi utenti guardano la TV e nel frattempo utilizzano un altro schermo, ma solo la minoranza di questi lo fa per arricchire la visione con commenti, ricerca di informazioni o altre attività correlate con la visione stessa. Come misurarli nelle rilevazioni sull’audience? In quale reach conteggiarli? A quale device attribuire il loro tempo come utilizzatori? Sono domande che si aggiungono alle altre, innumerevoli, riguardanti il nostro rapporto con gli schermi, grandi o piccoli che siano, tra i quali quello televisivo continua a rientrare a pieno titolo. L’importante è non dimenticare quante e quali queste domande siano, non cedere alla tentazione di eliminarle o semplificarle per appiattire la narrazione del consumo mediatico in una esclamazione luttuosa, di fronte alla quale la miglior risposta resta quella di Mark Twain: la notizia della morte della TV è fortemente esagerata.