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Dalla TV alla IGTV il passo (non) è breve

Il lancio di IGTV ha già 02-20180619-KS-pamelachen-IMG_0157-2160_loavuto l’effetto immediato di far sentire improvvisamente invecchiati i Millennials: nati tra il 1980 e il 2000, cresciuti con YouTube e con la promessa che avrebbe definitivamente mandato in pensione la vecchia TV dei loro padri e fratelli maggiori. E invece adesso ad essere pensionate anzitempo sembrano dover essere le  applicazioni di social video, alle quali la nuova applicazione video standalone di Instagram muove guerra dal basso, all’insegna del ritorno a quello “you” che avrebbe dovuto caratterizzare il Tubo, ormai risucchiato nello sviluppo della versione Premium e delle paid subscriptions; ma anche Facebook, che tra Watch e gli esperimenti di abbonamento pay per i video (anche in diretta su Live) si è incamminato sulla medesima strada – quella del mainstream.

La forza di IGTV, al contrario, sembra risiedere nella provenienza grassroots: lo stesso formato scelto per i video, in verticale, sembrerebbe richiedere che siano di fattura estemporanea, se non artigianale, girati con lo smartphone . O almeno, questo potrebbe pensare chi ignori che i dispositivi mobili, dotati di telecamere sempre più performanti, sono ormai a pieno titolo strumenti professionali di produzione multimediale, non da ultimo giornalistica. La storia del video OTT, in fondo, è tutta qui: nella convergenza teorizzata da Henry Jenkins tra la base e l’altezza, tra l’industria “ufficiale” dei media e le audience che sono diventate a loro volta produttrici di contenuti. Vale anche per la nuova ondata di applicazioni, da IGTV a Musical.ly, pensati per la Generazione Z che ama guardarsi e riguardarsi nel magico specchio multimediale.

Non si tratta tuttavia solo di una convergenza di formati, ma di business – anche una piattaforma basata sui contributi degli utenti non può fare a meno di cercare la sostenibilità economica – e di ruoli: tra i due estremi si va consolidando la fascia intermedia dei creators, originariamente estranei (forse) al mainstream, ma che inevitabilmente puntano a una notorietà (e a ritorni economici) allineata verso l’alto. L’esperienza di YouTube e dei suoi epigoni mostra che partendo da un polo – quello grassroots – si tende inesorabilmente a raggiungere l’altro,sotto tutti e tre gli aspetti: e così, gli analisti si domandano quale sarà il modello che consentirà a Instagram contemporaneamente di retribuire i suoi videomaker e di realizzare profitti. La risposta potrebbe essere, ancora una volta, un modello industriale che presuppone l’accantonamento dello “you” che tanto nettamente distingue le nuove TV dalla vecchia – mentre forse invece dall’una alle altre il passo è più breve di quel che pensiamo.