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Dagli old media ai nuovi giochi mediali

Che cos’è un mezzo di comunicazione? Nell’immediato, il pensiero corre a un oggetto – più o meno familiare, più o meno ingombrante, più o meno complicato. Riflettendoci ancora, possono venire in mente trasmissioni TV o radio, SMS, pagine di giornale o schermate web; e poi ancora antenne, cavi, parabole, onde; infine, magari, gli addetti ai lavori, a vario titolo. In realtà, tanto i media di oggi – contagiati dall’immaterialità dell’innovazione – quanto i loro tangibili antenati – apparentemente saldi nella loro distinte identità – sono difficili da racchiudere nei limiti di un oggetto definito, immobile. Gli studiosi hanno parlato di ibridazione, “mediamorfosi”, convergenza, per spiegare come queste identità si siano mescolate, trascolorando l’una nell’altra: una spiegazione accettabile solo se si parte da entità stabili, invece che da sistemi in continua trasformazione.

Il motore di questa trasformazione è il significato – anzitutto, quello veicolato dal medium. Per Henry Jenkins, nei nuovi media i messaggi non discendono dal produttore per arrivare, attraverso l’editore, al pubblico di massa, ma sono intercettati dai destinatari, rielaborati e ridiffusi attraverso le reti sociotecnologiche; dopo “Convergence culture”, in cui ha tenuto a battesimo la cultura “partecipativa”, in “Spreadable Media” Jenkins descrive con Ford e Green lo slittamento dal tradizionale modello della “distribuzione” al nuovo modello della “circolazione”. In questo percorso, il controllo del significato sfugge agli originari detentori per essere condiviso e scambiato dagli utenti. Ma i media sono configurazioni tecnologiche, materiali, politiche, economiche, oltre che culturali: il software stesso, sostiene ora Ganaele Langlois, è una “meaning machine” tramite la quale i signori del business mediatico mirano al controllo delle condizioni della significatività. Nel suo “Meaning in the age of social media”, Langlois giudica parziale la visione di Jenkins, che si arresta alle soglie delle corporation 2.0 senza indagarne le strategie – ad esempio, in tema di controllo sui dati personali. Se esiste una cultura partecipativa, è dunque perché corrisponde a specifici interessi commerciali: sembrerebbe una riedizione del dibattito tra apocalittici e integrati – da un lato, gli ottimisti che vedono sempre maggiore libertà di espressione, dall’altro i pessimisti che lamentano l’invasione della privacy da parte di ignoti controllori.

Langlois fa per sottrarsi a questa disputa, rivolgendosi a Heidegger e alla sua nozione di “essere nel mondo”; la progettazione delle piattaforme sociali, sostiene, dovrebbe seguire un’etica dell’incontro e del riconoscimento, tanto tra uomini quanto tra uomo e mondo. Una possibilità alternativa, restando al Novecento filosofico, è guardare a Wittgenstein. Secondo il più noto aforisma delle “Ricerche filosofiche”, il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio: il quale a sua volta non è un canone compatto, ma un complesso di attività variegate – i “giochi linguistici” -, regolate da norme continuamente modificate per iniziativa di coloro che parlano. La pratica linguistica ha in ogni caso la priorità sulla codificazione originaria: per quanto stringenti siano le disposizioni delle “meaning machines”, nulla ci impedisce di trarne nell’utilizzo quotidiano significati che sfuggono alle intenzioni dei loro programmatori – e, più in generale, di ridefinire il loro stesso senso. Come nel caso di YouTube, che voleva soppiantare le TV, ed è diventato – secondo gli stessi dati di Google – il più diffuso canale per ascoltare musica online. Se i media non sono oggetti, ma configurazioni di elementi tecnologici, economici, culturali e sociali, la stabilità della configurazione rappresenta una convenzione intrinseca al gioco che gli utenti stanno giocando: acquisita nelle loro credenze, ma pur sempre modificabile. Cambiando le regole, i giocatori cambiano gioco, e gli old media diventano nuovi “giochi mediali”.

 

G. Langlois, Meaning in the age of social media, Palgrave Macmillan, New York 2014.

H. Jenkins, S. Ford, J, Green, Spreadable Media, New York University Press, New York and London, 2013.