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Quello che i Social non dicono (e che invece va detto)

Se non fosse stato per il Festival delle Generazioni, l’evento itinerante organizzato dalla FNP-Cisl e diretto da Francesca Zaffino (una girandola di eventi, convegni, iniziative, proiezioni di film, che abbraccia un ventaglio ineguagliabile di età, esperienze e storie), difficilmente mi sarebbe capitato a breve di varcare di nuovo la soglia di un liceo. Questo pensavo, ieri mattina, arrivando  tra i quasi 120 adolescenti raccolti in un’aula di scuola superiore romana per ascoltare quello che Marco Stancati, Rachele Zinzocchi, Andrea Trapani e io avevamo da dire loro a proposito di social mediaMa se non in un liceo, se non a ragazzi tra i 14 e i 19 anni, dove e a chi parlare di Internet e di digitale – anzi, di educazione digitale? Quale migliore sede, quale migliore pubblico, per affrontare argomenti come l’indelebilità della nostra vita digitale, le fake news, la febbre da condivisione, la minaccia dei troll, per capire insieme di cosa si tratta e come affrontarli?  Ragazzi come gli alunni delle scuole superiori sono i destinatari ideali dell’educazione digitale (anzi, la #Digital #Education cara a Rachele), perché sono esposti all’equivoco di una condizione anagrafica, di “nativi digitali”, che li escluderebbe di per sè dalla scarsa dimestichezza del mezzo che coinvolge invece i loro genitori e nonni. Al contrario, ci sono comportamenti in Rete da indirizzare, che riguardano proprio e soprattutto loro, i cosiddetti nativi, sempre connessi, desiderosi di socializzare, circondati da informazioni di provenienza incerta, esposti a un flusso ininterrotto di stimoli.

La socializzazione, a dispetto della radice comune del termine, rischia di avere poco a che fare con i social media: l’idea che frequentando i social si possa ovviare all’isolamento sociale è stata di recente questionata da uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, che collega la maggiore frequentazione dei SNS e il maggiore SPI (isolamento sociale percepito). Questo non significa che la prima sia causa del secondo: ma si può almeno escludere che i social rappresentino di per sé un rimedio alla solitudine. I ricercatori statunitensi fanno rilevare come i SNS restituiscano un’immagine idealizzata dei suoi frequentatori, di fronte alla quale i soggetti più influenzabili possono reagire con delusione e depressione. Altri si impegneranno a loro volta per modificare la propria immagine, come nei selfie, con il risultato di nutrire una sorta di schizofrenia digitale: uno scarto irrecuperabile tra il sé reale e quello simulato.

Fake people, fake news? La diffusione delle bufale in Rete è da mettere in relazione con il fenomeno della filter bubble, la “bolla” in cui i frequentatori della Rete finiscono per rinchiudersi a forza di cercare solo opinioni che confermano la propria, solo visioni del mondo analoghe alla propria, solo versioni rassicuranti della storia – vere o false che siano. Due sono i presupposti: da un lato, lo slittamento dalle due logiche originarie della Rete, il search e il browse, alla nuova logica delle app, che rappresentano già una soluzione, una risposta in sé. Dall’altro, la personalizzazione: la possibilità di costruirsi un mondo su misura, basato sui propri gusti e sulle proprie preferenze, talmente allettante da far archiviare ogni impulso a confrontarsi e a verificare. Vale in particolare per la politica, dove l’eterno ritorno dell’uguale produce i mostri della demonizzazione dell’avversario, dell’odio per il contendente, fino a fare della distruzione totale di ogni alternativa un programma elettorale (“siete tutti morti”: sounds familiar?). Il fenomeno è ben noto anche ai social media, alcuni dei quali – specialmente dopo i risultati delle ultime elezioni presidenziali americane – hanno provato a correre ai ripari sviluppando estensioni e applicazioni che propongano all’utente anche prospettive difformi e lontane dalla propria. Ben vengano escamotages come Escape your Bubble di Facebook, come FlipFeed di Twitter, o come PolitEcho di Google: ma il rimedio più solido resta il più antico, una sana educazione all’utilizzo critico delle fonti. Assicurarsi dell’attendibilità di chi ha dato la notizia (se l’ha detto “mio cuggino”, come cantava Elio, non vale); confrontarla con notizie analoghe, provenienti da altre fonti, preferibilmente dissonanti rispetto al proprio modo di vedere; restare aperti alla revisione e alla rettifica (quindi verificare, ma anche falsificare, come insegnava Popper). Vale online esattamente come offline (e chissà, magari in questo modo persino le bufale sui vaccini in un giorno non lontano potrebbero diventare un brutto ricordo).

L’eterno ritorno dell’uguale trova terreno fecondo in un mondo di “costante attenzione parziale”, come l’ha definita Alberto Contri, in cui si ha – o si pensa di avere – sempre meno tempo per leggere, per approfondire, per studiare. Anche perché questo tempo lo si usa male, suddividendo le preziose risorse attentive in maniera inefficiente: ad esempio, controllando spasmodicamente WhatsApp mentre si legge un articolo o si studia su un libro. Due psicologi come Legrenzi e Umiltà hanno chiaramente spiegato che questo non è multitasking – modalità di ripartizione dell’attenzione molto più antica di quanto si possa supporre, finalizzata a gestire quelle risorse in modo da non destinarne più del necessario ad attività meno rilevanti e parallelizzabili (es. masticare e camminare insieme). Il nome corretto, invece, è interferenza, vale a dire una competizione di risorse innescata da due stimoli che ne reclamano entrambi in uguale misura, e che finisce per impedire la concentrazione. Altrettanto deleterio ai fini della concentrazione è la scelta di saltare continuamente dal primo al secondo stimolo, interrompendo un’attività per cominciarne un’altra e poi ritornare alla prima: si tratta di operazioni complesse, tutt’altro che elementari per la nostra mente – che a dispetto di quello che raccontano certi “divulgatori disinvolti” (ancora Legrenzi e Umiltà) non si è affatto “evoluta” magicamente in pochi anni con il digitale.

Bolla informativa e deconcentrazione accennano entrambi nella stessa direzione: la perdita della serendipity. Solo chi sa cercare, e trovare, sa anche perdersi: solo chi non si accontenta, chi nutre la curiosità, chi si ferma a osservare attentamente, può cogliere connessioni inattese. Come scriveva Wittgenstein nelle Ricerche Filosofiche (II, XI) “chi ha l’esperienza vissuta del vedere, pensa anche a quel che vede”: per riuscire a “vedere come”, a assegnare significati diversi alle cose, è necessario incuriosirsi, e concentrarsi. La curiosità e l’attenzione sono i presupposti della possibilità dell’interpretazione, della creatività, dello spostamento di significato meglio noto come “metafora”, la madre della poesia. Bisogna dunque stupirsi, e poi avere voglia di approfondire questo stupore, per riuscire a concepire il nuovo (secondo altri filosofi, tra cui Heidegger, lo stupore è all’origine della filosofia) . In gioco dunque c’è molto di più della semplice capacità di utilizzare correttamente gli strumenti del digitale, o di orientarsi nell’ambiente della Rete: c’è la capacità stessa di pensare. A questa, davvero, i ragazzi non possono permettersi di rinunciare: e nemmeno noi.