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Tutto quello che sapete sulla social TV è falso

Avrebbe potuto essere questo il titolo del panel di giovedì scorso, ospitato da Todi Appy Days – la seconda edizione della manifestazione dedicata al mondo delle applicazioni -. Una ghiotta occasione, nella quale ho avuto la fortuna di sedere ad un tavolo di tutto rispetto, che colpo dopo colo ha sfatato i luoghi comuni sulla condivisione dell’esperienza TV, per suggerire nuove direzioni in cui guardare.

E’ falso, ha esordito Antonio Pavolini, che sia possibile circoscrivere, e quindi quantificare esattamente, un mercato della social TV: un esercizio fatalmente parziale, che finisce per confermare il ruolo preponderante delle “vecchie” trasmissioni (magari tacendo sul fatto che l’esplosione di tweet su Sanremo o su Miss Italia è per lo più dovuta a commenti sarcastici, anche da parte di chi non le guarda). E’ falso, ha continuato Alberto Marinelli, che basti fermarsi ai Twitter TV Ratings, senz’altro accurati nel monitoraggio di una parte del fenomeno – il livetwitting –, che tuttavia non esaurisce la sua totalità, fatta di partecipazione anche fuori dalla sincronia con la diretta, di co-creazione che sfugge ai network sociali più noti, di un’alterazione del flusso spaziale e temporale guidata, per la prima volta, dallo spettatore.

O meglio, “spett-attore”: non perché sia improvvisamente diventato “attivo” dopo decenni di (presunta) passività, ma perché si muove oggi da agente consapevole e empowered. E’ falso, ha concordato Luca Tomassini, che, in tempi di “vite connesse“, sia possibile limitare il rapporto tra individui e Rete a un momento determinato della giornata. Tanto le applicazioni di social tv verticali – come quelle sviluppate da Vetrya in partnership con grandi broadcaster – quanto quelle generaliste, che abbracciano tutto il palinsesto e inglobano i flussi social – come MySecondScreen, presentata da Fabio D’Alessandro – mirano a fare dell’esperienza televisiva un’esperienza allargata, estesa ben oltre la permanenza serale sul divano, ben oltre la condivisione immediata.

In quest’ottica, la TV sociale non fa necessariamente rima con TV lineare, né con diretta – anche se la dimensione dell’evento, tipica del broadcasting, resta l’occasione più ghiotta per la condivisione. Ne è buona prova il seguito di cui gode Alberto Farina, consulente editoriale di Rai Movie e autore di una fortunata diretta quotidiana sull’app video di Twitter, Periscope, durante la quale ogni giorno racconta il palinsesto e la propria passione per il cinema. Una trasmissione di secondo grado, quindi, una sorta di “metatelevisione” che raduna amici e appassionati – gli uni continuamente trasformati negli altri, e viceversa. Ancora una volta, una demistificazione: è falso che nelle grandi aziende radiotelevisive, magari pubbliche, non ci siano spazi per l’innovazione; è falso che la TV, anche quella anagraficamente più datata, sia vecchia e destinata ad essere soppiantata. E’ invece vero che la televisione era, è, e resterà sociale, e lo farà attraverso tutte le vie – tutte le app – che riuscirà a trovare.