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La via di Sky alla nuova TV passa da Acetrax

Niente clamore, siamo inglesi. La notizia dell'acquisizione di Acetrax, il servizio di streaming video on demand, da parte di BSkyB è a malapena trapelata nelle scorse ore: senza dare un'occhiata più approfondita ai risultati finanziari sarebbe stato più difficile accorgersi del passo compiuto dalla capostipite britannica di Sky, lo scorso 25 aprile, e realizzarne la portata. Che non sta soltanto nella conferma dell''impegno di NewsCorp nella dimensione della TV multipiattaforma; ma anche, soprattutto, nell'importanza del ruolo assunto da operatori come il provider svizzero.

La mossa di Murdoch è stata per lo più interpretata (per esempio, da Giles Cottle di Informa Telecoms&Media) come via preferenziale per assicurarsi una posizione di primo piano sulle piattaforme dei device connessi – dalle smart TV ai blu-ray players, fino ai dispositivi mobili – nei quali Acetrax è già largamente attestato (con accordi che coprono, oltre a Samsung e LG, anche Panasonic, Toshiba, Acer e Asus). Il punto su cui riflettere, tuttavia, non è che Sky mirasse all'integrazione con i produttori di hardware, ma il fatto che per realizzare questo obiettivo sia stato giocoforza – anche per il leader della pay-TV -  pensare a un aggregatore di contenuti.

La posizione decisiva di Acetrax è una posizione costruita, prima ancora che conquistata, dagli aggregatori, vera novità del panorama delle nuove TV – da Netflix, a Hulu, a Lovefilm, pure con le rispettive peculiarità. Il caso dell'acquisizione di BSkyB  dimostra come la rete di accordi con i produttori per la distribuzione dei contenuti non sia l'unico (né in questo caso il principale) asset che questi attori possono vantare: più che la forza e la vastità delle relazioni (e la conseguente ampiezza del catalogo), ha potuto un'agilità di movimento sconosciuta ad attori forse di maggior peso, ma meno "smart", coadiuvata dall'affermazione del modello delle apps esteso alle interfacce televisive.

L'affare Acetrax sembrerebbe provare che i broadcasters e le majors siano destinati ad occupare in prima persona lo spazio ricavato e poi occupato dagli aggregatori. Al contrario, proprio questa acquisizione mostra come un simile sviluppo non sia scontato, né diretto. La via dei broadcasters alla nuova TV passa per gli aggregatori: i quali esistono, resistono, e – anche se sotto cappelli più capienti – sono qui per restare.