Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

L’ascesa degli avatar: teletrasporto o moltiplicazione del sè?

La sfida è decisiva: rendere possibile l'”anywhere”. La competizione aperta dallo ANA Avatar xPrize riguarda niente meno che l’ubiquità, la presenza senziente degli uomini in qualsiasi punto dello spazio, in tempo reale. Il programma è vasto, almeno quanto il premio è entusiasmante (e non solo in termini di valore economico).

Ma cos’è un avatar? Lo ha spiegato David Locke, direttore delle Prize Operations, nell’interessante appuntamento organizzato da Quantum Leap IP e xPrize, e ospitato da Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli&Partners: si tratta di un dispositivo fisico tramite il quale l’operatore può riuscire a “vedere, udire e interagire con un ambiente remoto in modo tale da avere l’impressione di essere realmente lì”. Un sistema complesso, insomma, che integra le tecnologie più avanzate – come l’intelligenza artificiale, l’Internet of Things, la comunicazione multimediale, la realtà aumentata – per mettere le persone in grado di sconfiggere le barriere della distanza.

Non necessariamente si tratta di un sistema di aspetto robotico, anche se è forse naturale essere portati a immaginarlo come tale: a livello sostanziale, la principale differenza è che si tratta di un sistema non autonomo, la cui attività dipende in tutto e per tutto dall’operatore. La precisazione è fondamentale, perché aiuta a circoscrivere l’obiettivo della sfida, escludendo un intero campo di possibilità. Mi spiego meglio: si potrebbe pensare che oltre a consentire a un essere umano di godere di tutte le proprietà connaturate alla presenza fisica anche in caso di assenza, un avatar possa rappresentare di fatto un suo doppio, moltiplicando le possibilità di azione e di pensiero – la sua stessa coscienza, in effetti.

Degli elementi fondamentali della coscienza umana, la memoria e l’attenzione, il primo è da tempo passibile di estensione, se non addirittura di totale duplicazione: la comparsa e la proliferazione di memorie delegate è un fenomeno ormai largamente accettato, benché forse non ancora abbastanza esplorato. Il secondo elemento, l’attenzione, al contrario è in sé impossibile da duplicare – se non in caso di clonazione, vale a dire se parliamo di un nuovo essere, ancorché in tutto e per tutto identico al primo, la cui coscienza tuttavia cessa di essere sovrapponibile all’originale nel momento stesso in cui vede la luce e quindi si apre all’esperienza.

E’ ormai assodato che quando parliamo di multitasking non indichiamo una reale moltiplicazione dell’attenzione, ma al contrario di uno stato di attenzione freneticamente intermittente, che a detta degli studiosi più accreditati (come Legrenzi e Umiltà) finisce per nuocere alla capacità stessa di focalizzazione. Potrebbe allora un avatar soddisfare la nostra aspirazione allo svolgimento contemporaneo di compiti diversi e complessi? Se la risposta a questa domanda fosse positiva, si porrebbe immediatamente una ulteriore questione: vale a dire, se l’attenzione dell’avatar così definito – e quindi la sua coscienza – possa essere ancora considerata la nostra. A questa seconda domanda la risposta non potrebbe che essere negativa, con tutte le relative implicazioni non solo nell’ambito della sicurezza e della legalità, ma ancor più in quello etico.

L’obiettivo dichiarato dai promotori del premio è quello di rendere possibili anche a distanza operazioni come salvataggi in aree rischiose, riparazioni altamente specializzate, ma anche la cura di parenti in età avanzata o al contrario in tenera età, laddove non fosse possibile essere presenti con loro fisicamente. Quest’ultimo scenario di utilizzo presuppone una presenza mentale unica, piena e integra: vale tanto per gli umani, quanto per gli avatar che dovessero sostituirli a distanza. Ecco perchè è forse lo scenario più adatto a chiarire la natura della sfida.

Non sarà un avatar, per intenderci, a risolvere il dilemma dei genitori lavoratori: avere a disposizione un avatar, che sia un eccellente duplicato fisico, capace di garantire la perfetta funzionalità di tutti i sensi anche in absentiam, non potrà – né dovrebbe, forse – significare che ci faremo sostituire da un delegato, ma solo che potremo spostarci in tempo reale anche tra luoghi molto lontani, con l’immediatezza che oggi ci è negata (una sorta di teletrasporto, insomma). Quando saremo lì, tuttavia, la nostra coscienza dovrà esserci in tutto e per tutto, una e indivisibile: tanto più se sarà per coccolare nostro figlio, o rassicurare il nostro anziano padre, ciò che richiede – e richiederà sempre – la nostra identità inconfondibile, e non replicabile.