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Intelligenza artificiale e scrittura automatica: gemelle diverse

A volte ritornano. Dal 1933, anno in cui André Breton pubblicò sulla rivista Minotaure il saggio “Il messaggio automatico”, il tentativo surrealista di una scrittura irriflessa, che scorre autonomamente rispetto alla coscienza dello scrittore, ha conosciuto quella che lo stesso autore aveva definito “sfortuna continua”. Misconosciuta, fraintesa, dimenticata, la scrittura automatica è stata a tutti gli effetti rimossa dal mainstream culturale. A poco meno di un secolo di distanza, con la diffusione dell’intelligenza artificiale, l’espressione “scrittura automatica” è tornata alla ribalta, ma in un altro senso.  Già da qualche tempo i software sviluppati per la redazione di articoli giornalistici (come Heliograph del Washington Post, per esempio) ci hanno abituati all’idea che sia possibile delegare alle macchine l’attività di scrittura, senza che la comprensibilità, e persino la qualità del testo, ne risentano sensibilmente. Altrettanto assodata è la possibilità di estendere questa attività alla produzione letteraria, come ha certificato la stesura di interi romanzo, tra i quali il vincitore di un apposito premio letterario; più recentemente, un’intelligenza artificiale è stata messa alla prova nella scrittura di testi per canzoni, a partire dalle parole di 100 mila canzoni italiane, molte delle quali concorrenti nei passati festival di Sanremo.

Si può dunque parlare di scrittura creativa anche per le macchine? Torniamo a Breton e alla sua scrittura automatica: una scrittura dettata direttamente dal subconscio, generata da un flusso che risale senza controllo o mediazione dai recessi della mente. Nel flusso surrealista, il significato trabocca, rompe gli argini della coscienza, i freni delle convenzioni, per abbracciare la libera associazione e farsi puro linguaggio. Al contrario, quella dei bot istruiti a trasformarsi in autori di articoli giornalistici, testi narrativi e lirici è una scrittura nativamente irriflessa, nella quale l’informazione è elaborata da un algoritmo che manipola i simboli che la veicolano. Il significato è qui completamente assente: paradossalmente, l’idea bretoniana sembra trovare realizzazione (è ancora un po’ presto per parlare di successo) nel suo esatto opposto. Eppure, a scorrere le righe de “I campi magnetici” di Breton e Soupault (“E’ giunta al termine l’aratura del crepuscolo e sulla piazzola della chiesa, tra i lastricati, fioriscono i bouquet di latte delle promesse d’amore”) insieme a quelle delle liriche composte dall’AI (“Noi che abbiamo ancora da fare, noi che siamo come isole di vita e di quel dolore che fa volare, noi che come le rondini“), non sembra che siano così lontane: intelligenza artificiale e scrittura automatica appaiono come gemelle diverse, come se ogni percorso di estromissione della coscienza, a prescindere dal suo punto di partenza, non potesse infine che convergere con ogni altro.