Olimpiadi di Pechino, la vera sconfitta è la RAI

Se c’è una profonda delusione, all’indomani della chiusura
dei giochi olimpici di Pechino, non è quella causata dagli atleti italiani (che
ci hanno assicurato comunque il nono posto nel medagliere): calciatori eliminati,
pallanuoto femminile, ginnastica ritmica tradita dalle giurie. La grande
sconfitta delle Olimpiadi è invece la RAI, apparsa decisamente inadeguata. Non
tanto rispetto alle aspettative degli appassionati di sport, già in parte
delusi dalle performances della testata giornalistica sportiva durante
gli scorsi Europei di calcio; ma a paragone delle sue stesse promesse.

 La TV di
Stato aveva assicurato per Pechino 2008 la più ampia copertura, attraverso due
canali televisivi – uno analogico e uno digitale, oltre a un esperimento
quotidiano di tre ore di trasmissione in alta definizione – e sei canali in
streaming su Internet; per un totale di trecento ore di programmazione, in
media diciannove ore quotidiane. Programma apparentemente allettante: ma chi
avesse provato a verificarne l’aderenza ai fatti, si sarebbe trovato di fronte
a una situazione assai meno rosea. Una (sola) rete televisiva analogica, Rai
Due, “olimpica” solo di nome: visto che non ha rinunciato a interrompere gare e
cerimonie, oltre che per la pubblicità, anche per trasmettere i telegiornali, e
ha spesso preferito alle dirette i commenti da studio. Un palinsesto olimpico
poco trasparente, che si è discostato in molti casi da quello comunicato
ufficialmente per riflettere le decisioni prese (all’ultimo minuto?) dalla
testata giornalistica sportiva. Una rete televisiva digitale (terrestre e su
satellite), Rai Sport Più, inaccessibile per molti spettatori, residenti in
parti del territorio nazionale non raggiunto dal segnale del canale.

Insomma, se seguire in
televisione le Olimpiadi di quest’anno sembrava un’impresa difficile per via
dei fusi orari, le scelte dell’emittenza pubblica l’hanno resa quasi
impossibile. A poco è valsa la difesa d’ufficio del presidente RAI Petruccioli,
giunta attraverso le pagine del “Corriere della Sera” quando gli umori di
pubblico e addetti ai lavori erano già compromessi. Per ribadire la consistenza
dell’impegno della TV di Stato, il presidente ha esaltato i sei flussi
streaming a disposizione su Internet per garantire la trasmissione di tutti gli
eventi non coperti dal piccolo schermo. Ma si è trattato di un ulteriore passo
falso: i canali online risultavano di fatto indisponibili nei momenti di
“picco” degli accessi, coincidenti ovviamente con quelli delle competizioni:
oltre ad essere, come ha fatto notare qualcuno, strutturalmente diretti a un ben
diverso da quello della TV generalista, e quindi inadatti a integrare o
addirittura sostituire l’offerta di quest’ultima. Un errore che tradisce una
comune, frettolosa interpretazione della “convergenza”: secondo la quale basta
“congiungere” due mezzi di comunicazione di massa, scambiando dall’uno
all’altro contenuti o tecnologia di trasmissione, per ottenere un matrimonio
ben riuscito.

Almeno a una cosa, però, Internet
è servito. Oltre alla lacunosa copertura degli eventi (che ha impedito ai
telespettatori di seguire in diretta eventi come la partita di calcio tra Italia
e Corea, sacrificata alla scherma, ma anche come la finale per il bronzo del
fioretto donne, oscurata a sua volta dal pallone), ad apparire sempre più
evidente è stato il problema della qualità e del tenore degli interventi dei
commentatori, a partire dalla cerimonia inaugurale. E se in occasione degli
Europei si erano scagliati contro i giornalisti RAI critici televisivi come
Grasso e Dipollina, a bersagliare senza pietà i conduttori e gli ospiti delle
rubriche olimpiche sono stati stavolta gli stessi spettatori; i quali,
approfittando del blog che la stessa RAI aveva messo a loro disposizione, hanno
cominciato a far piovere perplessità, malumori, proteste, fino ai veri e propri
insulti. L’ira dei navigatori si è così aggiunta a quella del pubblico
tradizionale, manifestata attraverso i centralini telefonici. Un ottimo esempio
di convergenza, non c’è che dire: la RAI dovrebbe prendere spunto.

  • Paola Liberace |

    Generalmente d’accordo, in particolare sul rapporto tra contenitore e contenuti. Ma conservo qualche perplessità sulla necessità del “web a tutti i costi” (anche perché l’anello debole della catena, in questo specifico caso, mi pare esser stato il DTT molto più che Internet).
    Paola

  • postoditacco |

    Il problema della “convergenza” purtroppo è comune a molti editori.
    Questo avviene per la televisione e anche per la carta stampata, mondo di cui faccio parte.
    Cambiare il contenitore mantenendo inalterati i contenuti è uno sbaglio grossolano: l’esperienza delle Olimpiadi RAI è solo l’ultimo, macroscopico, esempio di come un editore non deve approcciare il web, come ho già spiegato in una dettagliata analisi pubblicata sul mio sito.
    Essere presenti sul web, anche con budget importanti, non è garanzia di successo.
    Il web va vissuto, bisogna conoscerlo, farne parte, quindi ripensare i modelli consolidati e disegnarne di nuovi, su misura per un’utenza e dei canali diversi.
    La strada più breve non sempre è quella che ti porta alla meta.
    Ormai queste Olimpiadi sono passate, ma i media tradizionali devono essere consapevoli che più si andrà avanti e meno si potrà prescindere da una loro decisa presenza sul web.
    Nel frattempo chi ci rimette sono gli utenti, cosa ancor più grave se il servizio è pubblico.

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