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TelePatia -

23/06/09

Iran, più che Twitter poté la TV

Sarà anche vero che, come ha affermato di recente Henry Blodget, CEO di Business Insider, non c'è speranza alcuna per la vecchia industria televisiva: quella "offline", condannata ad essere sorpassata e poi dissolta nel vortice della "New TV". Sarà anche vero che i social network e Twitter hanno portato la comunicazione di massa là dove non era mai arrivata (e cioè, fondamentalmente, tra le singole persone), modificandone in profondità le regole. E' certamente vero, poi, che la Rete gioca un ruolo fondamentale nelle aree del mondo in cui la libera circolazione di uomini e idee non è così scontata, sia pure tra le mille insidie tese non solo dai regimi in vigore, ma dagli stessi gestori del Web che con questi gestori stringono accordi.

Tutto vero: eppure, nel caso della rivolta iraniana, che come forse mai nessun'altra è corsa su Internet, la stessa Rete ha infine potuto poco, come ha già fatto rilevare qualche autorevole giornale internazionale. Non nel senso che sia stata vana l'opera di risveglio, informazione e organizzazione della coscienza della rivolta; opera anzi impossibile sia da concepire che da portare avanti senza la Rete, intesa tanto come strumento quanto come filosofia. Ma tutto questo non ha impedito di negare l'annullamento del voto facendosi beffe del fronte compattato dal mezzo digitale. E qualcuno già la chiama una sconfitta di Internet.

E' un fatto che la portata della ribellione e il significato della decisione del Consiglio dei Guardiani sono diventate palesi all'opinione pubblica mondiale solo quando le immagini di Neda, la ragazza assassinata durante gli scontri, riprese da un cellulare e poi trasferite su YouTube, sono comparse sugli schermi televisivi. E' un fatto che il grido telematico dei ragazzi che si sono passati la triste e determinata parola del contrasto al regime è arrivato al mondo solo quando è stato inquadrato dalle telecamere. E' un fatto, nonostante le stesse immagini, lo stesso grido siano nate o siano state riprodotte su altri media, più nuovi, più dinamici. Ma le vicende iraniane dimostrano, ancora una volta, che questi mezzi di comunicazione hanno e mantengono una funzione diversa, non alternativa, rispetto a quella della TV: che dal suo canto non avrebbe certo potuto intessere la trama della rivolta, così come i "new media" non avrebbero potuto renderla nota alla comunità internazionale nella maniera in cui lo ha fatto la televisione.

05/06/09

La TV pubblica contesa tra cultura e innovazione

Dopo aver mietuto le previste vittime in Francia, prima nazione ad averlo adottato sotto gli auspici di Sarkozy, e dopo essere approdato in Spagna, dove potrebbe essere approvato definitivamente nell'estate, il provvedimento che abolisce la pubblicità dalla televisione pubblica si affaccia anche in Italia.

Non è certo una novità: già al suo esordio, la notizia aveva scatenato svariati commenti, tra i quali si erano distinti quelli favorevoli alla radicale trasformazione che ne sarebbe derivata per una RAI alla ricerca di una nuova anima. Ma la notizia sta nel fatto che stavolta, a farsi portavoce dell'idea, è il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, e lo fa addirittura citando Dario Franceschini; del resto, il ministro non è nuovo a simili mani tese agli esponenti dell'opposizione, non di rado rispedite al mittente. E così anche stavolta, alla proposta di seguire le orme francesi e spagnole, invece che un plauso è arrivata una replica piuttosto scoraggiante dal PD, che ha invitato il ministro a preoccuparsi piuttosto dell'informazione in campagna elettorale.

A stretto rigore, tuttavia, non è Bondi a doversene occupare; e sarebbe meglio se evitasse di farsi carico del ruolo della televisione pubblica in quanto detentore di un dicastero "culturale". L'equivoco che coinvolge i mezzi di comunicazione di massa in Italia sta tutto qui: un malinteso senso di "cultura", legato a una concezione pedagogica e didascalica del piccolo schermo, accompagna da tempo la demonizzazione del patrimonio dell'immaginario che la nostra televisione ha consolidato nel tempo, e che la distingue dalle sue concorrenti non soltanto europee (è quanto meno singolare, tra l'altro, che una simile concezione venga rispolverata proprio da un ministro dell'esecutivo capeggiato dall'imprenditore che questo patrimonio ha inaugurato).

Una distinzione che rischierebbe di naufragare sotto i colpi di provvedimenti come quello auspicato da Bondi, che com'è noto, lungi dal premiare le emittenti che hanno interessato, le hanno danneggiate in termini di audience, senza per questo innescare l'atteso circolo virtuoso degli investimenti pubblicitari (eliminati, invece di essere dirottati su altri canali).  Di più: in Spagna, come in Francia, a dover pagare il fio dell'iniziativa sono stati i media innovativi, gravati di tasse destinate a compensare le mancate entrate della televisione di Stato (e spesso rovesciate sui consumatori). Con il risultato di scatenare un'indebita disputa tra cultura e innovazione, nella quale il vincitore non è affatto scontato.

18/05/09

RAI, la sottile differenza tra "tutti" e "ogni"

Parlando dell'obbligo di neutralità tecnologica derivante dalla missione di servizio pubblico della RAI, il sottosegretario Romani ha dichiarato che la TV di Stato è tenuta a essere presente su "ogni" piattaforma, ma non su "tutte". Una differenza sottile, quasi impalpabile, che diventa enorme, se si tiene conto che sta per riaprirsi la trattativa con SKY, nella quale si giocheranno le sorti dei canali pubblici sulla piattaforma satellitare di Murdoch. L'esito è affatto scontato, se si considerano le tensioni emerse, ad esempio, nel caso del "furto" perpetrato dallo Squalo ai danni di viale Mazzini, che ha dovuto rinunciare a uno showman di punta come Fiorello (a proposito: ma dove sono finiti i detrattori di questa impopolare scelta, dopo i primi commenti sull'audience ridotta totalizzata sul satellite? forse che Fiorello non ci manca poi così tanto?

La differenza tra "ogni" e tutte" si fa però abissale se si considerano le voci che già da tempo danno la RAI, in quanto parte del consorzio TiVu, promotrice di una piattaforma satellitare autonoma; nominalmente destinata a raggiungere le zone impossibilitate a ricevere il segnale digitale terrestre, ma se necessario - e conveniente - pronta ad assumere un ruolo più ampio, fino a rendere superflua l'ospitalità finora goduta presso SKY. O no? Forse non è vero che un satellite vale l'altro, che una piattaforma vale l'altra; forse il valore aggiunto garantito ai canali di RaiSat non dipendeva dal mezzo di trasmissione, ma dal brand ad esso associato, ma dalle scelte editoriali, ma dall'associazione tra le esigenze degli abbonati SKY e quelle degli abbonati RAI - che non è detto siano le stesse degli utenti di TiVu. Domande che varrebbe almeno la pena di porsi, se non si vuol dare l'impressione di considerare il servizio pubblico un mero obbligo di copertura, e non anche una questione specialmente, prevalentemente, editoriale.

08/05/09

Silvio e Veronica, la par condicio del dolore coniugale

Sarà felice Isabella Bossi Fedrigotti, che sul Corriere, un paio di giorni fa, stigmatizzava la comparsata di Berlusconi nello studio di Vespa, perché senza contraddittorio rispetto all'altra parte coinvolta. Ma anziché essere una parte politica, stavolta, si trattava dell'altra (dolce) metà del Cavaliere, sua moglie (o ex moglie) Veronica. Sarà felice della puntata riparatoria organizzata ieri sera da Michele Santoro, nella quale, se la signora Lario non è intervenuta personalmente, a darle voce ci ha pensato Monica Guerritore, in una intensa (forse troppo) interpretazione delle sue parole consegnate alla stampa.

Con la vicenda coniugale dei Berlusconi la par condicio raggiunge così la sua ultima spiaggia: nata per contrastare, nelle intenzioni dei suoi promotori, lo strapotere politico esercitato per via mediatica, è andata via via sclerotizzandosi nel centellinamento degli spazi televisivi, distribuiti in egual misura a prescindere dalla rilevanza della forza politica (con il risultato che si è visto alle ultime elezioni, di concedere gli stessi tempi di interlocuzione a tutti gli undici, dicasi undici, candidati premier); per poi concludere la sua parabola con l'applicazione al dolore coniugale, misurato in decimi di audience. Unica costante, la volontà di contenere l'incontenibile esuberanza - non solo televisiva - di Berlusconi: ma stavolta la sua sorte potrebbe essere segnata, insieme a quella del matrimonio più celebre e impossibile d'Italia.

CATEGORIE: Media, Televisione

23/04/09

Televisione fa rima con innovazione (non con rimbambimento)

Più che a una legittima protesta in nome della cultura, dell'innovazione e della stessa umanità, la "TV Turnoff week", la settimana di digiuno televisivo - lanciata prima negli Stati Uniti e poi in Gran Bretagna - assomiglia a una serrata conservatrice. Prendendo le mosse da una base accertata - vale l'esagerata esposizione al mezzo televisivo dei britannici, ai limiti della dipendenza -, le motivazioni che ispirano l'iniziativa si spingono ben oltre, e finiscono per rivelare insospettate linee di convergenza con le tradizionali obiezioni al piccolo schermo. Quelle che da settant'anni, sempre con le stesse ragioni, si sono schierate dalla parte opposta rispetto all'innovazione: prima contro il concetto stesso di televisione, poi contro quello di TV a colori, poi contro quello di TV commerciale, e così via.

Niente ha potuto scalfire i pregiudizi oscurantisti di chi ha via via decretato l'ostracismo del tubo catodico: né gli studi che mettevano in discussione la sua pericolosità a livello sociale, né quelli che mostravano un telespettatore di gran lunga più consapevole e attivo di quanto vorrebbero i suoi detrattori, combattuti tra l'identificazione e la stigmatizzazione del personaggio. Ma mentre la permanenza di fronte al piccolo schermo suscita così tante preoccupazioni, non altrettanto accade per quella davanti a schermi altrettanto piccoli, come quello del computer (lo stesso David Burke, promotore dello sciopero televisivo, se ne intende, essendo un web designer), o del telefonino.

Ma quelli, si dirà (quante volte l'abbiamo già sentito?), sono media interattivi; la TV invece induce alla passività. Ora, restando alla sola Italia, basterebbe consultare un agile libretto come il "Manuale del telespettatore" di Federico Di Chio (Bompiani) per capire che il quadro è assai più sfaccettato e variegato di quanto non assumano gli anti-televisivi, e che la televisione ha occasioni d'uso e modalità di fruizione che non coincidono affatto con il panorama inebetente che si vorrebbe far credere. Nemmeno la storia recente della TV, che ha visto la sua trasformazione in un vero e proprio "personal mass media" - dalla partecipazione ai reality, alla migrazione sugli schermi mobili, dagli SMS in diretta al digitale terrestre -, è bastata per convincere personaggi come Burke della coincidenza possibile e necessaria tra televisione e interazione, tra televisione e sperimentazione, tra televisione e innovazione.

Il fatto che tutto questo sparare sulla TV provenga da ultimo da parte di adepti dei new media non deve ingannare sulla portata retriva delle obiezioni. Perché, se non fosse un impulso irresistibilmente retrogrado ad animarle, si dovrebbe forse pensare che sia un tentativo di dare man forte al web contro la TV, in una sorta di concorrenza sleale che esiste e può vivere solo nelle menti di chi la immagina. Ma preferisco pensare Burke come una sorta di La Malfa britannico meno prestigioso e fuori tempo massimo, invece che come un personaggio dotato di così poca, e deviata, immaginazione.

20/04/09

Spot e TV: come volevasi dimostrare

Sul Corriere di oggi, l'ottimo Augusto Preta di ITMedia Consulting spiega perché l'abolizione degli spot dalla TV pubblica francese, voluta da Sarkozy (a spese, peraltro, dei nuovissimi media) non ha solo fatto male a questa stessa TV - penalizzata dall'audience, contro tutte le previsioni -, ma non ha affatto giovato alle altre televisioni, perché gli inserzionisti, anziché dirottare altrove i loro investimenti, li hanno semplicemente eliminati.
Per chi da tempo esprime perplessità sull'idea di Sarkozy, non è che una conferma: il problema della televisione pubblica non è la pubblicità, ma, appunto, il pubblico. Se questo c'è, si può fare (quasi) tutto; se invece non c'è, non saranno certo le leggi anti-spot a richiamarlo. 

CATEGORIE: Media, Televisione

17/04/09

Rete e TV davanti al terremoto: complementari, non concorrenti

Sarà vero che, come ha scritto Alberto Contri, la triste vicenda del terremoto abruzzese ha visto Internet e i social network battere la TV sul campo della velocità? Dipende: se si valuta la rapidità con la quale le informazioni sul terremoto sono circolate sui vari media, il piccolo schermo ha dimostrato di non avere nulla da invidiare alla Rete. Per fare un esempio, l'emittente satellitare e digitale terrestre all news della RAI, Rai News 24, è riuscita a dare la notizia della prima scossa a soli due minuti dall'evento, e ha continuato a monitorare capillarmente gli eventi sismici e non da L'Aquila e dintorni per almeno 48 ore successive.

Se invece ad essere preso in considerazione, come fa Contri, non è il servizio informativo tout court, ma la facilitazione delle comunicazioni tra gli sfollati e i loro parenti e amici preoccupati delle loro condizioni, le cose cambiano: ed è giusto riconoscere che, senza i social network, difficilmente gli italiani sarebbero stati al corrente con la giusta tempestività di cosa stava succedendo e dove, o di dove occorreva aiuto con urgenza. Ma tutto ciò non fa che dimostrare l'ovvio: vale a dire, che Internet e la televisione hanno due organizzazioni, due obiettivi, due modalità d'uso differenti; e che le loro coperture dell'evento, più che concorrenziali, sono da considerarsi complementari. Mentre il primo è sceso nei dettagli di tempo e di luogo, spostando i poli della comunicazione dalla massa alla persona, la seconda ha mirato a dare un panorama il più possibile ampio e fedele della situazione generale: il che non giustifica certo la sua demolizione, nemmeno fosse un edificio terremotato.

01/04/09

Change! (ovvero: TV che vince si cambia)

Fiorello migra su Sky: e tutti a denigrare la gestione della Rai, il solito carrozzone statale senza visione, che lo ha lasciato andare via. Poi accade che Mike Bongiorno abbandoni il Biscione, reo di non aver rinnovato il suo contratto di esclusiva, per lo Squalo: e tutti a gridare alla decadenza della TV terrestre, a inneggiare alla nuova frontiera generalista del satellitare, a fare il tifo per il nuovo terzo polo targato Murdoch. Poi accade che Maurizio Costanzo lasci la scuderia Berlusconi per fare tardivo ritorno all'ovile, e condurre una trasmissione dedicata al teatro sulla TV pubblica: e tutti a alludere dandosi di gomito alla situazione disperata di Mediaset, alla sconfitta di (Pier)silvio, alla cecità del management che lascia scappare le colonne portanti dell'azienda.

In realtà, accade anche qualcos'altro - o è già accaduto. E' accaduto che molti transfughi de La 7, causa nuova (e più economica) gestione, abbiano nel frattempo trovato posto nella programmazione di Rai o Mediaset (Chiambretti e Bignardi, ad esempio); che alcuni volti più o meno noti di Sky si siano prestati anche alla TV terrestre (magari per sostituire volti ancora più noti, ma in rotta di collisione con la dirigenza televisiva, come Vinci); che per qualcuno che si rifugia sotto le pinne dello Squalo, qualcun altro ne fugge (come Afef, destinata a condurre un talk show sul nuovo canale satellitare di Rcs, "Lei", che ha rinunciato ancora prima di partire).

Come chiamare tutto questo? Difficile trovare un nome, specialmente per quelli che finora hanno parlato forse troppo in fretta ora di decadenza, ora di innovazione. Ancora più difficile abituarsi semplicemente all'idea di un cambiamento nel nostro panorama televisivo, nonostante lo si sia invocato per decenni, sperando che l'avvento delle nuove tecnologie (prima il satellite, ora il digitale terrestre) potesse di per sé realizzarlo. E ora che il cambiamento arriva, e non sono le tecnologie a portarlo, ma le persone, eccoci smarriti, disorientati, come nemmeno i concorrenti alla domanda finale da un milione di euro di un quiz di Gerry Scotti. A proposito, ma Gerry Scotti...

26/03/09

Rai Storia, la TV ai tempi della crisi

In tempo di crisi la parola d'ordine, si sa, è: riciclare. E così avviene anche in TV, dove il riutilizzo dei contenuti - trasmessi in slot a ripetizione, come ha notato qualche giorno fa Aldo Grasso , ovvero ripescati da remoti archivi, sembra essere diventato un imperativo comune tanto tra i canali terrestri, quanto satellitari, tanto digitali quanto analogici.

E' il caso del canale DTT Rai affidato a Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, che con il rinnovato nome di Rai Storia prende il posto del vecchio Rai Edu. Nome a parte, di nuovo c'è poco: sia rispetto all'emittente precedente, da cui l'attuale eredita la vocazione alla cronaca nazionale, sia rispetto al complessivo parco contenuti Rai. L'impressione è che, per costruire il palinsesto di Rai Storia, si sia dato fondo a tutte le ruserve delle Teche. opportunamente riorganizzate tematicamente in base alla ricorrenza del momento - l'anniversario del sequestro Moro, della contestazione giovanile o delle Fosse Ardeatine.

Di storico c'è molto, ma non tutto: a dispetto del titolo, e in ossequio al suddetto imperativo del riciclo, nel canale trovano ampio posto soprattutto le inchieste e i documentari targati Minoli o Zavoli, relativi al Novecento, così come gli amarcord televisivi dellla programmazione della TV pubblica ante duopolio, ma sono quasi del tutto assenti contenuti freschi, magari incentrati anche sui secoli precedenti. Una caratteristica che, unitamente al modello di palinsesto in "loop", rende il canale un esemplare perfetto di TV ai tempi della crisi, e non sgradito ai telespettatori: ma che, se la crisi passerà, trascinando con sé le nostalgie  e lasciando dietro di sé la voglia di innovazione (specialmente su una piattaforma come il DTT, che dovrebbe considerarla la sua missione), potrebbe rischiare di segnarne il destino.

04/02/09

Piccole audience crescono

Tra le voci che in questi giorni corrono sulla sorte del settore delle comunicazioni italiane - Rai e Mediaset battute da Sky, Sky che compra Telecom, Berlusconi che tenta di frenare Sky - ce n'è una particolarmente interessante, che riguarda la misurazione dell'effettiva forza della piattaforma satellitare. Sky totalizza il 9% degli ascolti, si dice: ma se si includessero anche i risultati dei canali generalisti (Rai e Mediaset) inclusi nella piattaforma, si arriverebbe ben oltre, fino al 30%.
Una simile ipotesi sembrerebbe dar ragione a chi giura che i due poli televisivi nazionali, con l'ausilio del digitale terrestre, si stiano organizzando per portar via i loro canali a Murdoch; e addirittura stiano valutando l'opportunità di costituire una propria piattaforma satellitare (che fungerebbe anche da supporto per la trasmissione digitale nelle aree non raggiunte dal segnale), alternativa a quella dello Squalo.

Ma il dettaglio più interessante dell'indiscrezione riguarda la misurazione Auditel. Come si misura il successo di un'entità come Sky? Finora, evitando l'argomento dell'audience, la valutazione di Sky si è sempre basata sui risultati economici - di tutto rispetto, tanto da giustificare la definizione di "terzo polo" già da tempo (ben prima di quando i detrattori del presunto duopolio televisivo italiano sarebbero stati disposti ad ammettere). Nell'ottica dell'Auditel, il discorso si complica: quali sono gli ascolti effettivamente attribuibili a Sky? Assodato che Murdoch di fatto fa l'aggregatore di canali altrui - esercitando una vera e propria attività editoriale quasi solo nel caso di SkyTG24 -, a chi va il merito dell'audience riscossa: a lui, o agli editori dei canali che aggrega? In quale misura, insomma, si possono adottare criteri omogenei di valutazione degli ascolti tra Rai (azienda radiotelevisiva pubblica), Mediaset (azienda rdiotelevisiva privata) e Sky (piattaforma satellitare aggregatrice di canali televisivi)?

La domanda si fa ancora più interessante se si  pensa alle ripercussioni della questione sulle altre piattaforme televisive, come il digitale terrestre, la IPTV o la Mobile TV. L'allargamento del bacino di misurazione dell'Auditel anche a questi ultimi (il monitoraggio del primo è già una realtà, e ha appena cominciato a offrire evidenze interessanti come quella su Boing) pone lo stesso problema di omogeneità, e spinge a chiedersi se e cosa possa essere misurato in termini di ascolti; di più, se questo tipo di misurazione - più volte contestata e messa in forse anche per la televisione generalista analogica, tanto da auspicarne l'abolizione come ha fatto tra gli altri Roberta Gisotti - possa davvero rendere conto in tutto e per tutto del successo di un programma, di un'emittente, di un network. Persino di una piattaforma, che magari macina utili già da tempo, e non ha mai fatto dell'ampiezza indifferenziata del suo pubblico il suo vero obiettivo.

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