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Televisione fa rima con innovazione (non con rimbambimento)

Più che a una legittima protesta in nome della cultura, dell'innovazione e della stessa umanità, la "TV Turnoff week", la settimana di digiuno televisivo – lanciata prima negli Stati Uniti e poi in Gran Bretagna – assomiglia a una serrata conservatrice. Prendendo le mosse da una base accertata – vale l'esagerata esposizione al mezzo televisivo dei britannici, ai limiti della dipendenza -, le motivazioni che ispirano l'iniziativa si spingono ben oltre, e finiscono per rivelare insospettate linee di convergenza con le tradizionali obiezioni al piccolo schermo. Quelle che da settant'anni, sempre con le stesse ragioni, si sono schierate dalla parte opposta rispetto all'innovazione: prima contro il concetto stesso di televisione, poi contro quello di TV a colori, poi contro quello di TV commerciale, e così via.

Niente ha potuto scalfire i pregiudizi oscurantisti di chi ha via via decretato l'ostracismo del tubo catodico: né gli studi che mettevano in discussione la sua pericolosità a livello sociale, né quelli che mostravano un telespettatore di gran lunga più consapevole e attivo di quanto vorrebbero i suoi detrattori, combattuti tra l'identificazione e la stigmatizzazione del personaggio. Ma mentre la permanenza di fronte al piccolo schermo suscita così tante preoccupazioni, non altrettanto accade per quella davanti a schermi altrettanto piccoli, come quello del computer (lo stesso David Burke, promotore dello sciopero televisivo, se ne intende, essendo un web designer), o del telefonino.

Ma quelli, si dirà (quante volte l'abbiamo già sentito?), sono media interattivi; la TV invece induce alla passività. Ora, restando alla sola Italia, basterebbe consultare un agile libretto come il "Manuale del telespettatore" di Federico Di Chio (Bompiani) per capire che il quadro è assai più sfaccettato e variegato di quanto non assumano gli anti-televisivi, e che la televisione ha occasioni d'uso e modalità di fruizione che non coincidono affatto con il panorama inebetente che si vorrebbe far credere. Nemmeno la storia recente della TV, che ha visto la sua trasformazione in un vero e proprio "personal mass media" – dalla partecipazione ai reality, alla migrazione sugli schermi mobili, dagli SMS in diretta al digitale terrestre -, è bastata per convincere personaggi come Burke della coincidenza possibile e necessaria tra televisione e interazione, tra televisione e sperimentazione, tra televisione e innovazione.

Il fatto che tutto questo sparare sulla TV provenga da ultimo da parte di adepti dei new media non deve ingannare sulla portata retriva delle obiezioni. Perché, se non fosse un impulso irresistibilmente retrogrado ad animarle, si dovrebbe forse pensare che sia un tentativo di dare man forte al web contro la TV, in una sorta di concorrenza sleale che esiste e può vivere solo nelle menti di chi la immagina. Ma preferisco pensare Burke come una sorta di La Malfa britannico meno prestigioso e fuori tempo massimo, invece che come un personaggio dotato di così poca, e deviata, immaginazione.